FOTOGRAFIA E READY-MADE
di Daniela Fenu

La fotografia può essere considerata un ready-made?
Apparentemente, associare forme artistiche formalmente e tecnicamente così diverse potrebbe sembrare quasi una forzatura; in realtà risulta significativo guardare la fotografia attraverso il pensiero di Duchamp e dei suoi ready-mades, coi quali mostra inaspettate affinità, certamente non formali, ma concettuali.
I presupposti che legittimano la ricerca di un legame tra fotografia e ready-made, sono innanzitutto linguistici: entrambi possono essere considerati linguaggi autonomi, non iconografici ma deittici, e in quanto tali il loro rapporto con la realtà non è dato dalla somiglianza, ma dal loro essere traccia “fisica” della realtà e nel caso della fotografia vera e propria impronta di un oggetto, lasciata dalla luce; sono “indici”, cioè segni che rimandano al referente, non per una questione di uguaglianza formale, ma perché espressioni inevitabilmente legate a quello spazio e a quel tempo, e il cui significato, non essendo dato dall’oggetto designato, ma dal segno che l’ ha sostituito, non esiste a priori ma è mutevole: viene così costruita, secondo leggi proprie, una realtà a sé stante.
I ready-mades di Duchamp, hanno proprio lo scopo di evidenziare tale complessità di rapporti tra linguaggio - arte - realtà, mettendo in crisi il referenzialismo convenzionale e proponendo un nuovo modo di concepire l’ immagine, l’oggetto artistico e il loro rapporto con il mondo esterno.

L’ invenzione del ready-made nasce dalla volontà di riproporre (provocatoriamente) oggetti della vita quotidiana come oggetti d’arte, come quando firma un orinatoio con uno pseudonimo (Sig. Mutt) e lo espone intitolandolo “Fontana” : <<… Non ha importanza se il Sig. Mutt abbia o meno fatto la fontana con le sue mani. Egli l’ha scelta. Egli ha preso un articolo usuale della vita, e lo ha collocato in modo tale che il suo significato utilitario è scomparso sotto il nuovo titolo e punto di vista e ha creato un nuovo modo di pensare quest’oggetto>>. L’arte viene così svincolata dall’idea di rappresentazione, impostando così, una nuova connessione tra arte e realtà, fondata sulla scelta, valida anche in fotografia: così come Duchamp sceglie e preleva un oggetto qualsiasi, lo priva della sua funzione, lo eleva ad opera d’arte e, collocandolo in nuovi spazi e in relazione con diversi contesti, gli da nuovi sensi, così il fotografo sceglie, ed isola un frammento di realtà che, a seconda sia dell’inquadratura, delle scelte tecniche e stilistiche, sia del contesto in cui la foto sarà collocata, viene presentato in modo nuovo da come lo si conosceva, aprendolo a nuove interpretazioni.
Come spiega Susan Sontag : << una fotografia è sempre un oggetto in un contesto>>, quindi il suo significato non può essere permanente ma << è destinato a consumarsi>>, poiché col cambiare del contesto fisico ( o del discorso artistico), cambiano i suoi usi e significati.
Queste caratteristiche avvalorano ancor più un’analogia col ready- made piuttosto che con la pittura i cui significati, invece, tendono ad essere impliciti all’opera stessa ed immutabili.
Il valore di una fotografia, di un ready-made, non risiede solo nell’oggetto, ma nell’irripetibilità di quell’ istante, di quel momento che è stato “ raccolto” , e in cui si è scelto e prelevato, scattato ed inquadrato, perché se è vero, come sosteneva Duchamp, che l’arte più che nell’opera in sé sta innanzitutto nel progetto mentale, nel concetto che sta a monte dell’opera, allora è proprio a partire da queste azioni che l’arte si esplicita e acquisisce un valore.



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