NUOVE TENDENZE DELLA FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA
Parlare delle attuali tendenze della
fotografia contemporanea è quanto mai arduo per diversi motivi.
Innanzi tutto perché c’è sempre una concreta difficoltà
di prospettiva nel dover approcciare qualcosa che al presente è
in fieri e, se possiamo agevolmente individuare quelle che sono state
le matrici dei fenomeni in atto, ben più complicato è
non soltanto il prevederne gli esiti, ma persino comprenderne a fondo
le attuali manifestazioni.
Si tratta, infatti, di scommettere sul futuro e di isolare nel presente
all’interno di una situazione fluida e apparentemente frammentaria
le opzioni che si svilupperanno e avranno dunque senso nel dipanarsi
di un percorso, di cui solo a posteriori potremo cogliere la coerenza,
considerandolo addirittura scontato.
Solo allontanandosi nel tempo ed entrando in una prospettiva storica
potremmo parlare concretamente (prendendone atto non più cercando
di prevederle) di quelle che “sono state” le tendenze di
un fenomeno. Diversamente possiamo solo formulare ipotesi, fondate su
dati che sono quelli degli attuali maggiori canali di diffusione dell‘informazione,
in questo caso quelli legati al mercato, rischiando sempre di tralasciare
realtà meno conosciute ma non per questo inesistenti o meno interessanti,
le quali potrebbero in un futuro essere riscoperte e rivalutate criticamente
tanto da divenire a loro volta premesse di future tendenze.
Un’altra difficoltà consiste nel delimitare in maniera
adeguata il nostro campo di riflessione. Cosa ricada oggi all’interno
della fotografia vera e propria e cosa all’interno dell’arte
contemporanea (ammesso che abbia ancora un senso fare simili distinzioni)
non è ben chiaro, e lo è diventato ancor meno con l’avvento
delle tecnologie digitali. Quali ricerche siano ancora considerabili
prettamente fotografiche e quali siano da ritenersi un’indagine
artistica, che della fotografia si avvale solo come strumento, a volte
non è facile distinguerlo.
Potrebbe sembrare strano affermarlo, se si tiene conto dell’ostilità
che fin dalla sua invenzione ha dovuto affrontare la fotografia ogni
qual volta si sia tentato di apparentarla all’arte, ma è
un dato di fatto: oggi essa è fra i mezzi prediletti dagli artisti
contemporanei, grazie soprattutto all’atteggiamento concettuale,
che in campo artistico è prevalso a partire dalla fine degli
anni Sessanta.
Assunto fondamentale dell’arte concettuale, in tutte le sue espressioni,
era infatti che l’Arte “in se” non risiede tanto nella
forma (o nell’oggetto) che la estrinseca - men che meno in tecniche
accreditate dalla tradizione - quanto nei “concetti”, e
che questi ultimi possono essere veicolati da qualsivoglia mezzo, compresa
ovviamente la fotografia. Fotografia, che già nel periodo storico
del Concettualismo sembrava pronta a recepire le istanze metalinguistiche
sulle quali gli artisti indagavano. Intorno agli anni Settanta felici
esempi di quel nuovo interesse sono le “Verifiche” di Ugo
Mulas, nonché l’articolata ricerca di Franco Vaccari a
partire dalla tecnica fotografica, fino alla teorizzazione di un “immaginario
collettivo”, da questa creato.
Superata dunque, almeno in apparenza, l’annosa polemica sull’accettabilità
della fotografia nel pantheon delle arti maggiori, dove è ormai
entrata a pieno titolo almeno in quanto mezzo, salvo poi rimetterne
periodicamente in discussione lo statuto di linguaggio artistico autonomo,
la fotografia vive oggi un periodo di particolare fortuna critica e
commerciale: gallerie e luoghi istituzionali tradizionalmente riservati
alla cosiddetta arte con la A maiuscola aprono sempre più spesso
a mostre fotografiche; si assiste a un proliferare di festival dedicati
alla fotografia; stampe di scatti appartenenti ai generi e ai periodi
più disparati vengono battute presso celebri case d’aste
a prezzi stratosferici; i nomi di celebri fotografi del XX secolo, che
mai si son dichiarati artisti, ma le cui ricerche sono state riconosciute
imparentate ad un trend artistico dominante, appaiono in pubblicazioni
dedicate all’arte contemporanea.
Per incontrare le esigenze del mercato artistico che l’ha accolta
nelle sue più prestigiose “vetrine” mondiali, la
fotografia di questi anni d’inizio secolo si è spesso proposta
in una veste più patinata ed esclusiva, da “vero oggetto
d’arte”, il che è stato favorito dall’accettazione
delle tecnologie digitali. Ciò, fra l’altro, ha comportato
come fenomeno più appariscente l’adozione di formati di
stampa molto grandi (ma anche a una preferenza dell’immagine a
colori), che potessero anche soddisfare le esigenze dei collezionisti,
i quali sempre più investono nella fotografia.
Eredi delle posizioni concettuali, e di una ricerca sempre più
volta a sviscerare la componente comunicativa, piuttosto che quella
costitutiva di un linguaggio fotografico - acquisito ormai come premessa
assiomatica, sull’ambiguità del quale solo i critici possono
ancora e sempre con minor convinzione disquisire - gli “artisti
della fotografia” (quelli che sono fotografi perché hanno
eletto la fotografia ad unico medium), si trovano oggi a condividere
con gli altri “artisti” (quelli che preferiscono spaziare
nella complessità di vari mezzi o si attengono alle tradizionali
arti visive) tensioni legate al periodo storico presente, che stanno
portando l’arte (in tutti i suoi aspetti) verso forme d’espressione
disparate, ma accomunate da alcuni elementi fondamentali, fra questi
risalta una tendenza generale alla narrazione (termine, questo, soggetto
a molte implicazioni interpretative), ma anche alla finzione; e soprattutto
un sempre più evidente allontanamento dal reale, che - nel caso
della fotografia - da una parte confuta ogni residua pretesa di assimilarla
ad uno “specchio della realtà“, dall’altra
intende rivelare i meccanismi, e finanche i pericoli, insiti nella comunicazione
fotografico-visiva.
Totalmente legata a questo aspetto della fotografia è, ad esempio,
l’opera di Joan Fontcuberta, il quale partendo dal presupposto
che ogni immagine sottende - se non altro - una convenzione culturale
e che per questo bisogna imparare a conoscere il “vocabolario
fotografico” (gli elementi che compongono l’immagine al
di là della sua evidenza di rappresentazione), col suo lavoro
di de-costruzione, attuato talora attraverso gli espedienti di una giocosa
finzione, mette in guardia dai rischi di manipolazione dell‘immagine
fotografica - non solo quelli meramente legati all’aspetto estetico
dell’immagine, ma anche quelli legati alla comunicazione e alla
sua lettura, memore della sua esperienza autobiografica, di spagnolo
(anzi catalano) cresciuto nel clima della censura e della propaganda
franchista, e della sua formazione professionale come giornalista e
pubblicitario (lavori che, senza mezze misure, egli definisce “magnifiche
scuole di menzogna, d’illusione e di simulazione”). Finzione
e narrazione sono, oltretutto, elementi imprescindibili nelle sue serie
fotografiche.
Questo particolare interesse alla narrazione è, per altro, affermato
da Eleanor Heartney - studiosa della contemporaneità ed autrice
di un ponderoso volume da poco uscito presso la casa editrice Phaidon:
“Art & Today” - la quale, sottolinea un clima generale
di grande fluidità per quanto riguarda i confini fra le varie
espressioni artistiche, e tenta di dipanare un percorso critico attraverso
un lungo elenco di artisti scelti ad esemplificare ciascuna delle principali
tendenze odierne.
“Narrative” (narrazione) è il titolo di uno dei capitoli
del libro, quello in cui appaiono soprattutto nomi di fotografi, per
la verità soprattutto di fotografe; ma basta dare una rapida
scorsa a questi nomi (Cindy Sherman, Gregory Crewdson, Anna Gaskell,
Nan Goldin) per capire come il concetto di narrazione possa essere ampio
ed includere in sé esperienze molto diverse: la “staged
photography”, densa di riferimenti alla “teatralità”
del cinema, che attinge spesso al senso di turbamento interiore (“unheimlich”
in termini psicoanalitici) provato dallo spettatore dinnanzi a qualcosa
di non totalmente spiegabile all’interno della realtà conosciuta;
l’indagine sull’identità di genere; e l’autobiografia.
Le poetiche dei personaggi citati, in particolare quelle delle tre donne,
tuttavia, se esaminate più da vicino, slittano inavvertitamente
l’una nell’altra, ed introducono una particolare accezione
(che negli ultimi anni ha avuto grande seguito) di questo atteggiamento
“narrativo”: l’indagine su se stessi, la definizione
del sé in rapporto al mondo esterno, la finzione di un habitus
sociale, il racconto intimo.
E’ un approccio estremamente soggettivo, che pervade molta della
fotografia contemporanea; e in un certo senso, si può dire che,
se la fotografia è diventata narrativa, suo soggetto principale
è oggi il fotografo, di cui risuona alta la voce narrante in
ogni sua manifestazione, persino nel reportage, che sempre più
spesso è costruito come una storia, interpretata soggettivamente
e con una forte componente di stilemi autoriali.
Con l’affermarsi di una simile visione soggettiva ancora una volta
i fotografi non fanno che ribadire lo scollamento della fotografia rispetto
a una realtà, che dalla fotografia stessa si pretenderebbe letteralmente
riportata.
Uno scollamento dal dato reale che, a prescindere dalle tecniche usate
dagli autori può essere totale, come nelle allegorie macabre
di Joel-Peter Witkin (frutto di mezzi tradizionali), o più velato,
come nelle immagini di Andreas Gursky (frutto della tecnologia digitale),
dove le forzature verso la fotogenia dei luoghi riportati, agli occhi
di uno spettatore assuefatto alla moderna comunicazione visiva, appaiono
congrue alla realtà. O, almeno, ai suoi codici di rappresentazione.
Indubbiamente l’idea che la fotografia sia da annoverarsi all’interno
dell’arte contemporanea ha favorito tanto un’inclinazione
alla soggettività, quanto un allontanamento dalla realtà
verso le ricerche di tipo meta-fotografico.
Si tratta, però, d’indagini di natura molto diversa rispetto
alle citate esperienze degli anni Settanta, che ormai costituiscono
un patrimonio culturale acquisito dai fotografi contemporanei.
Oggi non sono più, infatti, in questione gli elementi basilari,
costitutivi, della tecnica fotografica, né il discorso di una
fruizione attiva del medium (ricordiamo Mulas e Vaccari), le nuove domande
che l’artista si pone oggi, e pone al suo pubblico, riguardano
semmai il “processo fotografico“, che si è dilatato
dal progetto, attraverso la scelta del formato e dei materiali, fino
alla produzione di un oggetto d’arte commercializzabile, come
nel caso di Massimo Vitali, uno dei pochi - forse il solo - fra gli
artisti-fotografi italiani contemporanei ad esser celebre a livello
internazionale. O magari riguardano qualcosa che risale oltre la fotografia
verso la percezione visiva e la creazione di significati a partire da
una distorsione dei dati visivi, come nel caso di Olivo Barbieri.
Giunti qui, per offrire un quadro ancor più completo di questo
frammentato panorama, dobbiamo senz’altro menzionare una più
recente, e non del tutto delineata, tendenza a riscoprire la “forma”,
che va manifestandosi nei fotografi contemporanei e sfocia in alcuni
casi nella pura astrazione, come nelle immagini di Eileen Quinlan; in
un ennesimo tentativo di staccarsi dalla realtà.
Viene voglia di chiedersi, infine, se tale atteggiamento così
ampiamente condiviso, al di là delle singole individualità
autoriali, sia una semplice scelta artistica coerente a un dato processo
di sviluppo storicoartistico, o se non si tratti, invece, di un tentativo
di “fuga dalla realtà”, con il quale questi artisti
interpretano il mondo, esprimendo ancora una volta in maniera soggettiva
una condivisibile reazione alle problematiche, e alle inquietanti incognite,
che ci propone l’inizio del nuovo millennio. |